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La Taranta nel Salento

Alcune notizie sulla taranta, molto in là nel tempo,rinvengono da una pubblicazione tedesca (Koenisberg & Leipsick) del 1794 con i resoconti del viaggio che il conte Frederic Stolberg fece nel 1791-1792 in Puglia.

Nel suo diario di viaggio, visitando Taranto,egli,testualmente,racconta:

.........."non ho potuto procurarmi dettagli soddisfacenti circa questa specie di ragni velenosi che, prendendo origine dal nome della città, sono chiamati tarantules. Si pretende che il morso di questo animale causi una profonda malinconia che conduce alla morte e che non può essere guarita che con una danza molto vivace. Si aggiunge anche che il malato comincia a danzare solo al suono di un violino e che la stessa aria suonata non produce lo stesso effetto su tutti i malati. 

I ragionamenti che vorrei apportare contro questa credenza mi sembrano, se non convincenti, assai plausibili. Prima di tutto i vecchi testi non riportano nulla di questa danza; in secondo luogo l'uso di tale rimedio si riconduce alla sola Apulia quantunque si riscontrino le stesse tarantules in altri luoghi d'Italia, anche nei pressi di Roma o Tivoli. Se l'eccessivo caldo che regna in Puglia rende il morso della tarantula cosi funesto, perché il caldo in Sicilia non produce lo stesso effetto? E perché questo pericolo ha luogo solo a Taranto dove peraltro il clima è assai dolce? Non è forse possibile attribuire le conseguenze del morso come pure il suo rimedio alla viva immaginazione dei tarantini e, soprattutto alle loro donne? Infine, si pretende che questo morso non è pericoloso che nei mesi caldi; mentre apprendo che ci sono persone morse dalla tarantula che danzano in pubblico, per soldi, già all'inizio di Maggio. Mi sento rispondere che, coloro i quali sono stati già morsi dalla tarantula ricadono, per effetto della loro fervida immaginazione, nel loro vecchio stato nello stesso momento in cui ascoltano l'aria musicale che si è loro suonata durante i loro eccessi. Non è forse più probabile che ci siano persone che in qualche circostanza simulano d'essere malati per sollecitare la pietà della gente? Può essere anche che sia l'immaginazione, elemento questo che è parte del costume degli italiani che fa si che alcuni, realmente morsi dalla tarantula e avendo sentito parlare dei terribili effetti di questo morso, cadono in una malinconia profonda e che, un forte movimento, come quello di una danza lunga e rapida produce su di loro un cambiamento ben facile a concepire. Una circostanza particolare che non bisogna dimenticare è che le donne sono più soggette che gli uomini a questa malinconia e che queste danzano più degli uomini col fine di liberarsene. Io ho visto una tarantula viva; aveva il dorso grigio, il ventre bianco con delle macchie brune: non aveva ancora raggiunto il pieno sviluppo.Si può dire che verso la metà dell'estate le tarantules raggiungono la grandezza di un grosso ragno.Allora il dorso diviene nero,come le macchie del ventre.............."

Il conte Frederic Stolberg, nel 1791, dopo avere visitato Taranto, scese giù nel Salento, visitando, tra gli altri, luoghi come Otranto e Gallipoli. Non parla però del morso della taranta e dei rimedi adottati. Segno questo che all'epoca, nel basso Salento questa usanza non fosse conosciuta o avesse una rilevanza modesta?

 

Riportiamo comunque un estratto da Wikipedia sul fenomeno:

Il vocabolo latino taranta o tarantula non deriva, come si sarebbe portati a credere, dal latino classico; le sue prime attestazioni si ritrovano, al contrario, nel latino medievale. Una delle più antiche menzioni di un animale con questo nome, non meglio identificato, si ritrova nella Storia delle Spedizioni a Gerusalemme di Alberto Equense, in cui si riporta che l’esercito crociato accampato presso il fiume Eleutheros (oggi Nahr el-Kebir, in Siria) soffrì molto per il tormento del morso delle tarante che infestavano le sue sponde. Nel Seicento, anche Goffredo Malaterra e Alberto di Aix riferiscono della presenza di tarante in correlazione all’assedio di Palermo, episodio avvenuto nella seconda metà del secolo XI.

Non vi sono pertanto, all’inizio, né riferimenti alla Puglia, né all’identificazione certa della taranta con un ragno, se non il suggerimento dato dal fatto che si tratta di un animale dal morso velenoso che vive a terra. Del resto, l’ambiguità della denominazione sembra aver tratto in inganno anche le prime comunità scientifiche, e dimostrazione ne è il fatto che Linneo, nella classificazione delle specie viventi del 1758 che divenne poi il modello per la nomenclatura binomiale in uso a tutt’oggi, attribuì questo nome tanto a un rettile (Tarentola mauritanica, il comune geco mediterraneo, peraltro innocuo) quanto a un ragno (Lycosa tarantula o ragno lupo).

Per quel che riguarda l’etimologia, sembra comunque accertato che taranta e la sua versione diminutiva tarantula siano voci d’origine italica, riconducibile al toponimo Tarentum, oggi Taranto: la Puglia sembra pertanto avere comunque un ruolo centrale già nella genesi del lemma.

Il trattato De Venenis del fiorentino Cristoforo degli Onesti (seconda metà del secolo XIV) contiene un capitolo, De morsu tarantulae riportato dal De Martino, che sembra essere il più antico riferimento al tarantismo come sindrome da avvelenamento dovuta al morso di un animale, reale o immaginario che fosse.

 Il tarantismo si connotò come fenomeno storico, religioso (nel leccese), pagano (nel tarantino, brindisino e materano), che caratterizzò l'Italia meridionale e in particolare la Puglia fin dal Medioevo; visse un periodo felice fino al XVIII secolo, per subire nel XIX secolo un lento ed inesorabile declino. Le vittime più frequenti del tarantismo erano le donne, in quanto durante la stagione della mietitura, le raccoglitrici di grano erano maggiormente esposte al rischio di essere morsicate da questo fantomatico ragno.

Attraverso la musica e la danza era però possibile dare guarigione ai tarantati, realizzando un vero e proprio esorcismo a carattere musicale. Ogni volta che un tarantato esibiva i sintomi associati al tarantismo, dei suonatori di tamburello, violino, organetto, armonica a bocca ed altri strumenti musicali andavano nell'abitazione del tarantato oppure nella piazza principale del paese. I musicisti cominciavano a suonare la pizzica o la tarantella, musiche dal ritmo sfrenato, e il tarantato cominciava a danzare e urlare per lunghe ore sino allo sfinimento. La credenza voleva infatti, che mentre si consumavano le proprie energie nella danza, anche la taranta si consumasse e soffrisse sino ad essere annientata. Tuttavia, nel rito esorcistico erano impiegate anche altre musiche dal ritmo lento e dalla melodia malinconica.

Alla leggenda popolare può essere in realtà legata anche una spiegazione strettamente scientifica: il ballo convulso, accelerando il battito cardiaco, stimolando abbondante sudore e il rilascio di endorfine, favorisce l'eliminazione del veleno e contribuisce ad alleviare il dolore provocato dal morso del ragno e di simili insetti. Non è quindi da escludere che il ballo venisse utilizzato originariamente come vero e proprio rimedio medico, a cui solo in seguito sono stati aggiunti connotati religiosi ed esoterici.

Come spesso accade per i rituali a carattere magico e superstizioso, anche a questa tradizione si cercò di dare una "giustificazione" cristiana limitata, però, alla sola area leccese: così si spiega il ruolo di San Paolo, ritenuto il santo protettore di coloro che sono stati "pizzicati" da un animale velenoso, capace di guarire per effetto della sua grazia. La scelta del santo non è casuale poiché nel libro degli Atti degli Apostoli (At. 28:3-5) si narra come egli sia sopravvissuto al veleno di un serpente nell'isola di Malta.

Il tentativo di cristianizzazione del tarantismo non riuscì però completamente. Infatti, durante la trance le donne tarantate esibivano dei comportamenti di natura considerata oscena, ad esempio mimando rapporti sessuali oppure orinando sugli altari. Per questi motivi la chiesa di San Paolo di Galatina (LE), dove i tarantati venivano condotti a bere l'acqua sacra del pozzo della cappella, venne sconsacrata e San Paolo, da santo protettore degli avvelenati, cominciò ad essere ricordato come il santo della sessualità.

Per quanto riguarda l'alto Salento, il tarantino e il sud barese, pare che il culto di San Paolo non fosse molto diffuso, ma il tarantismo aveva conservato maggiormente il carattere pagano. Quando la persona afflitta dal morso si riteneva guarita, si usava fare un corteo chiamato tarantolesco: si tornava accompagnati dai musicisti sul posto dove la persona riteneva di essere stata pizzicata e lì compiva l'ultimo ballo per quell'anno.

Il fenomeno del tarantismo si è andato progressivamente estinguendo ed è sopravvissuto esclusivamente in determinate zone del leccese, del tarantino e del brindisino. Esso era diffuso nelle province di Lecce, Il rituale del tarantismo coniuga alcuni elementi del paganesimo, caratteristici delle società antiche, ad elementi della religione cattolica.

L'esorcismo inizia quando il tarantato avverte i primi sintomi del tarantismo e chiede che vengano i musicisti a suonare la pizzica. Al suono della musica il tarantato comincia a scatenarsi in una danza sfrenata che in questa fase del rito serve a determinare da quale tipo di taranta è stato avvelenato (ad esempio, si distinguono la "taranta libertina", la "taranta triste e muta", la "taranta tempestosa", la "taranta d'acqua").

La taranta poteva essere anche identificata con i serpenti o gli scorpioni. Dopo questa fase diagnostica comincia una fase "cromatica" in cui il tarantato viene attratto dai vestiti delle persone da cui è circondato (spesso dei fazzoletti), il cui colore dovrebbe corrispondere al colore della taranta che ha iniettato il veleno. Tale attrazione viene manifestata a volte in modo violento ed aggressivo. Il perimetro rituale non era solo circondato da fazzoletti colorati, ma anche da cose richieste esclusivamente dalla persona tarantata, che potevano essere tini ricolmi d'acqua, vasi di erbe aromatiche, funi, sedie, scale, spade e altro. Inizia quindi una fase coreutica in cui il tarantato evidenzia dei sintomi di possessione che può essere di natura epilettoide, depressiva-malinconica oppure pseudo-stuporosa. Durante questa fase l'ammalato si abbandona a convulsioni, assume delle posture particolari in cui si isola dall'ambiente circostante e può assumere atteggiamenti con cui si identifica con la taranta stessa.

Il rituale finisce quando il tarantato calpesta simbolicamente la taranta per sottolineare la sua guarigione dalla malattia.

IL TARANTISMO OGGI: 

La tradizione del tarantismo è in qualche modo sopravvissuta sino ai nostri giorni con la messa-esorcismo del 29 giugno nella chiesa di San Paolo di Galatina. Tuttavia sono andati progressivamente scomparendo i momenti di partecipazione collettiva e diminuisce sempre di più il numero di persone che si recano alla chiesa per dare luogo al rituale. Il contesto in cui avviene l'esorcismo del resto è radicalmente cambiato: non più la comunità contadina riunita a condividere la stessa esperienza culturale ma solo una folla di curiosi e visitatori lontani dall'atmosfera culturale del rito.

Negli ultimi anni ha preso piede la rappresentazione teatralizzata e rievocativa della danza delle tarantate, da parte di alcuni gruppi musicali e associazioni culturali. Negli anni 1990 e 2000 tradizioni musicali appartenenti al genere della tarantella, in particolare la pizzica, sono tornate alla ribalta ottenendo un grande seguito. Tale riutilizzo di antichi tratti culturali inseriti in contesti completamente differenti e con significati profondamente mutati è un classico esempio di "revival folklorico", fortunata definizione dell'antropologo Tullio Seppilli. Grazie a questa riproposta culturale, il fenomeno del tarantismo ha raggiunto un vasto pubblico anche fuori dai confini del Salento.Brindisi, Taranto, nel sud barese, nel Gargano e nella provincia di Matera.