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Dal castello di Acaya al castello di Corigliano

 

Distanza: 30,4 Km    Tempo di percorrenza: 7,5 h    

 

Difficoltà: -trekking: T    MTB:TC

 

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Dal castello di Acaya al castello di CoriglianoDal castello di Acaya al castello di Corigliano

 

 

Percorso & Cultura:

Percorso di 30 chilometri, facile ma impegnativo in termini di percorrenza chilometrica.

Si effettua prevalentemente su stradine di campagna asfaltate con qualche bel tratto di sterrato

 

Con alle nostre spalle la porta Sud della cittadella di Acaya, si imbocca la SP 142 che si abbandona a destra dopo appena 500 metri per una stradina di campagna asfaltata. In breve si sfiora Acquarica di Lecce per dirigersi in direzione Sud verso Vernole, con un interessante centro cittadino. Da qui, in direzione Sud-Est, per una stradina asfaltata che in breve diventa uno sterrato, si raggiunge il dolmen Placa (il dolmen si trova in un uliveto accessibile ed è comunque ben segnalato.

Visitato il dolmen, ritornare sui propri passi per raggiungere in breve Calimera. Da Calimera a Martignano, per una salitella al culmine della quale si attraversa una carrozzabile (fare attenzione!) si giunge in breve alla periferia del paese incontrando sulla nostra desta il piazzale ben evidente delle “Pozzelle”. Da qui in circa 5 chilometri e per una stradina asfaltata, si giunge a Zollino e da qui, dopo avere superato la SS16 attraverso un piccolo tunnel, passando per il santuario della Madonna di Loreto si percorre un breve tratto (300 metri) della SP 248. In corrispondenza di un incrocio si imboccherà una stradina di campagna, direzione Sud per attraversare la SP 367 attraverso un tunnel e subito dopo la ferrovia, nei pressi della stazione ferroviaria di Corigliano d’Otranto.

Il centro cittadino si raggiunge per una piccola salitella ed il castello è lì, con la sua fantastica facciata, ad accoglierci.

 

 

Dolmen Placa (Calimera)

Dolmen PlacaDolmen Placa

 

 

 

Nei dintorni di Calimera si trovano numerosi monumenti megalitici, fra cui i dolmen, monumenti sepolcrali costituiti da tre o più lastre conficcate nel suolo e sormontate da un'altra lastra di dimensioni maggiori, poggiante sulle prime. A 3 km dal paese, sulla strada che porta a Melendugno, addentrato di un chilometro sulla destra tra gli ulivi, si trova il famoso Dolmen Placa, scoperto da Cosimo De Giorgi.

 

 

Le Pozzelle (Martignano)

Le "Pozzelle"Le "Pozzelle"

Conosciute anche come freata o ta freata, rispettivamente dal greco e  dal grico per indicare delle strutture a pozzo, questo piccolo capolavoro dell’ingegno umano rappresenta un’ottima soluzione al problema dell’approvvigionamento idrico in zone in cui l’assenza di corsi d’acqua sotto o sopra la superficie ha da sempre rappresentato un ostacolo all'urbanizzazione di numerose contrade.

Una soluzione ampliamente utilizzata in tutta la Grecia Salentina, apprezzata anche dal De Giorgi che nell’ultimo quarto del XIX sec. descrive accuratamente i metodi di costruzione lodando la capacità dei locali di adattamento a quelle che sono le caratteristiche del terreno intorno al quale hanno deciso di concretizzare per se stessi il concetto di fissa dimora. Propenso allo scavo e alla permeabilità dell’acqua il territorio di Martignano si è rivelato adatto alla realizzazione in periferia di alcuni scavi, profondi da 3 a 6 metri, reso impermeabile sul fondo con l’utilizzo di argilla o bitume e rivestito con cerchi concentrici di diametro via via minore al fine di formare una cupola, chiusa dall’alto con una pietra circolare o quadrata dalla quale si sarebbe calato un secchio per attingere al prezioso liquido.

Le acque piovane venivano raccolte e canalizzate al fine di terminare la loro corsa all’interno di questi pozzi,  alcuni dei quali di proprietà di una o più famiglie, altre invece pubblici. Su alcuni campeggiano delle croci, su altri sono evidenti i segni di corrosione della corda che per secoli ha visto una delle sue estremità annodata al manico di un secchio, scendere fin dentro il pozzo per poi risalire ricolmo di quel bene inestimabile.

Oggi la popolazione non ricorre più alle pozzelle per approvvigionarsi d’acqua ma a loro questo non importa, sono ancora li e svolgono egregiamente il compito per il quale furono costruite secoli fa.

  

Il castello di Corigliano d’Otranto

Castello di Corigliano d'OtrantoCastello di Corigliano d'Otranto

 

  

 

Attestato sul versante sud-est dell'antica cerchia muraria, il Castello de' Monti rappresenta, secondo le parole di G. Bacile di Castiglione, il «più bel monumento di architettura militare e feudale del principio del Cinquecento in Terra d'Otranto, ed è sicuramente il modello più compiuto del trapasso dalle torri quadre a quelle rotonde: il castello ha infatti impianto quadrangolare con quattro torri angolari a base scarpata e a tre livelli di fuoco, circondato da un profondo fossato. Di impianto medievale, il castello fu radicalmente ristrutturato e ampliato tra il 1514 e il 1519 da Giovan Battista de' Monti che lo adeguò alle esigenze belliche ed ai princìpi dell'arte militare del tempo avvalendosi di maestranze locali.

È interamente circondato da un fossato e si sviluppa su una pianta quadrata ai cui angoli si innestano quattro poderosi torrioni circolari; a questi era affidata la maggiore efficacia dell'intero sistema difensivo, come denotano le numerose cannoniere che si aprono lungo i fianchi in corrispondenza delle casematte interne disposte a piano terra ed a primo piano. Ogni torrione presenta l'araldica dei de' Monti accompagnata dalle raffigurazioni allegoriche delle quattro virtù cardinali e dai bassorilievi di altrettanti Santi sotto la cui protezione è posto ciascun torrione. Guardando la facciata principale, il torrione a sinistra è intitolato a San Michele Arcangelo la cui effigie è affiancata dall'allegoria della fortezza; il torrione a destra è intitolato a Sant'Antonio Abate al quale è affiancata, anche se ormai praticamente cancellata per l'erosione del materiale lapideo, l'allegoria della temperanza. Gli altri torrioni sono intitolati a San Giorgio e a San Giovanni Battista, ai cui bassorilievi sono associate, rispettivamente, le raffigurazioni allegoriche della prudenza e della giustizia. Venuta meno l'originaria funzione difensiva che sicuramente restò di primaria importanza per tutto il Cinquecento, alla metà del Seicento il castello fu adattato, secondo la moda del tempo, ad esigenze estetiche e di rappresentatività della famiglia del feudatario. Infatti, il duca Francesco Trane, appartenente alla famiglia feudataria che nel 1651 aveva acquisito il feudo dall'ultimo dei de' Monti, nel 1667 ingentilì l'austero edificio militare facendo costruire una nuova facciata, sovrapposta alla preesistente, sulla quale schierò una serie di statue allegoriche accompagnate da iscrizioni celebrative e dai busti dei grandi condottieri del passato; al centro fece porre la sua statua affiancata dalle allegorie della giustizia e della carità. La targa epigrafica posta ai suoi piedi informa sulle sue doti e sui suoi titoli nobiliari: "PONDERAT HEC CULPAS HEC EXIBET UBERA NATIS / HIC ASTREA MICANS HINC PELICANUS AMANS / FRANCISCUS TRANUS BARO TUTINI AC DOMINUS / STATUS COROLIANI CASTRUM HOC EXORNANDUM CURAVIT 1667" ("questa giudica i misfatti, quest'altra porge le mammelle ai figlioletti; da un lato la splendente Astrea, dall'altro l'amorevole Pellicano; Francesco Trane barone di Tutino e signore dello Stato di Corigliano si prese cura di abbellire questo castello nel 1667"). Dotò pure la nuova facciata principale di un balcone a sbalzo delimitato da un'elegante balaustra in pietra leccese decorata da fregi, animali fantastici e motivi floreali al centro dei quali fece incastonare l'arme del proprio casato. La facciata barocca posta in corrispondenza del ponte d'accesso è opera del 1667 di maestranze locali dirette dal mastro Francesco Manuli.

 

Porta Sud, localmente denominata Caporta (dal griko cau+porta, "porta sud"), è ubicata a ridosso del castello ed è sormontata dallo stemma civico e dall'arme araldica di Giovan Battista de' Monti, il feudatario che intorno ai primi del Cinquecento dotò il paese di un valido sistema difensivo. Sulla cornice superiore il motto "INVIDIA INOPIA FA" inciso in capitale umanistica pochi anni dopo la costruzione della porta invitava, e invita ancora oggi, a non avere invidia di tutto ciò che la cinta muraria racchiudeva al suo interno. Un breve tratto delle antiche mura si innesta sul fianco destro della porta.

 Porta SudPorta Sud

 

 

 

 

 

 

 

Antiche mura di cinta, correvano lungo il perimetro oggi segnato da via Palestro, via Santi e via Pendino, si collegavano al castello, ed erano intercalate da torri di avvistamento, delle quali una era senz'altro l'attuale campanile della Chiesa Madre. Alle due estremità dell'asse principale, si aprivano due porte che erano le uniche vie di accesso al paese e dal paese alla campagna, la Cau-porta e l'Anu-porta (dal griko anu+porta, "porta nord") che si apriva nello spiazzo prospiciente la Chiesa Madre. Oggi si possono vedere piccoli tratti di mura di cinta nell'attuale via Don Bosco. Esse sono facilmente riconoscibili perché caratterizzate da un elemento architettonico inconfondibile: un cordone semicilindrico che sporge ad un'altezza variabile dai tre a quattro metri dall'attuale piano stradale e che ripeteva, continuandolo, il cordone che cinge i torrioni angolari ed i bastioni del castello.

 

 Foto:

Campagna dopo AcayaCampagna dopo Acaya

 

 

 A VernoleA Vernole

 

 

 

 

 

 

 

 

 A VernoleA Vernole

 

 Dopo VernoleDopo Vernole

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Verso il dolmen PlacaVerso il dolmen Placa

 

 

Vecchio mulino a CalimeraVecchio mulino a Calimera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra Calimera e ZollinoTra Calimera e Zollino

 

ZollinoZollino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Madonna di LoretoMadonna di Loreto